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Analisi dettagliata del conto corrente e individuazione di eventuali abusi ai fini di impugnazione del decreto ingiuntivo o richieste di saldo bancario non dovuto

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Verifica usurarietà dei conti correnti, dei mutui, dei leasing e dei finanziamenti a vario titolo
 

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Leasing

“In tema di leasing cd. traslativo, l’inadempimento dell’utilizzatore obbliga quest’ultimo al risarcimento del danno e alla corresponsione di un equo compenso alla controparte, in considerazione dell’utilizzazione del bene oggetto del contratto. L’ammontare di tale equo compenso potrà legittimamente superare, nella sua concreta determinazione, il solo corrispettivo del temporaneo godimento del bene predetto, mentre , recuperato, da parte del concedente, il capitale monetario impegnato nell’operazione in vista del corrispondente guadagno mediante il detto compenso e il residuo valore del bene, il risarcimento del danno non si presta ad essere commisurato all’intera differenza necessaria per raggiungere il guadagno atteso, poiché, con l’anticipato recupero del bene e del suo valore, il concedente è di norma in grado di procurarsi, attraverso il reimpiego di quel valore, un proporzionale utile, che deve conseguentemente essere calcolato in detrazione rispetto alla somma che l’utilizzatore stesso avrebbe ancora dovuto corrispondere se il rapporto fosse proseguito (e, del danno così determinato, dovrà tenersi conto anche ai fini dell’esercizio del potere di riduzione dell’eventuale clausola penale che comporti un risarcimento eccessivo)”.

 “In caso di risoluzione anticipata di un contratto di leasing traslativo al concedente, deve essere assicurato, oltre che la restituzione del bene e l’eventuale differenza di valore che il bene abbia perso, un utile che, rapportato al tempo in cui il capitale è stato impiegato, sia non inferiore a quello atteso dalla esecuzione dell’operazione economica, come progettata. Il risarcimento del danno non si presta ad essere commisurato all’intera differenza necessaria per raggiungere il guadagno atteso poiché la restituzione anticipata del bene e l’integrazione del suo valore si traducono in un possibile utile per il concedente che deve essere detratto dalla somma che l’utilizzatore avrebbe ancora dovuto in caso di ultimazione del contratto”.

“Ricorre la figura del leasing di godimento, pattuito con funzione di finanziamento, rispetto a beni non idonei a conservare un apprezzabile valore residuale alla scadenza del rapporto e dietro canoni che configurano esclusivamente il corrispettivo dell’uso dei beni stessi, mentre ricorre il leasing traslativo allorché la pattuizione si riferisca a beni atti a conservare a quella scadenza un valore residuo superiore all’importo convenuto per l’opzione e dietro canoni che scontano anche una quota del prezzo in previsione del successivo acquisto, e solo in quest’ultimo caso, stante la eadem ratio, può applicarsi in via analogica al contratto di leasing la disciplina dettata dall’art. 1526 c.c. per la vendita con riserva di proprietà. L’accertamento della volontà delle parti trasfusa nelle clausole contrattuali in ordine al tipo di negozio posto in essere rientra nei poteri del giudice del merito e non è censurabile in sede di legittimità, se non per violazione dei criteri ermeneutici, ovvero per vizio di motivazione. (Nella specie, la Corte cass. ha cassato la sentenza di merito per non aver effettuato correttamente l’indagine volta alla riconduzione del contratto di leasing concluso dalle parti all’uno e all’altro tipo negoziale, omettendo l’indispensabile comparazione economica tra l’ordinaria durata tecnologica del bene utilizzato in godimento ed il suo valore residuo, e omettendo di porre a tale scopo a raffronto il prezzo della opzione con il valore residuo)”.

“In tema di leasing, il concedente, in caso di risoluzione contrattuale, mantenendo la proprietà del bene e acquisendo i canoni maturati fino alla risoluzione, non può e non deve conseguire un indebito vantaggio derivante da un cumulo di utilità (canoni e residuo valore del bene) in contrasto con lo specifico dettato normativo di cui all’art. 1526 c.c., che è norma inderogabile”.

 “Al leasing traslativo si applica la disciplina di carattere inderogabile di cui all’art. 1526 c.c. in tema di vendita con riserva della proprietà, la quale comporta, in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore, la restituzione dei canoni già corrisposti e il riconoscimento di un equo compenso in ragione dell’utilizzo dei beni, tale da remunerare il solo godimento e non ricomprendere anche la quota destinata al trasferimento finale di essi; ne consegue che il concedente, mantenendo la proprietà del bene ed acquisendo i canoni maturati fino al momento della risoluzione, non può conseguire un indebito vantaggio derivante dal cumulo della somma dei canoni e del residuo valore del bene. (Nella specie, alla stregua dell’enunciato principio, la S.C. ha cassato con rinvio l’impugnata sentenza che, dichiarata la nullità della clausola contrattuale contenente la previsione dell’obbligo di pagamento in unica soluzione, da parte dell’utilizzatore, dei canoni non ancora scaduti, aveva poi quantificato l’equo compenso dovuto per l’uso della cosa nella entità del residuo debito, compresi gli interessi convenzionali)”.

“In caso di risoluzione del leasing traslativo per inadempimento dell’utilizzatore, quest’ultimo non è tenuto a corrispondere canoni non ancora scaduti e ha diritto alla restituzione di canoni già corrisposti, salvo l’obbligo di pagare al concedente, oltre all’eventuale risarcimento del danno, un equo compenso, in misura tale da remunerare il solo godimento senza ricomprendere la quota destinata al trasferimento finale della cosa”.

 

Produzione documentale e saldo iniziale

Nei capitoli precedenti abbiamo citato una sentenza emanata dalla Suprema Corte che, tra le altre questioni, afferma che: “Allo stesso risultato, evidentemente, non si può pervenire con la prova del saldo, comprensivo di capitali ed interessi, al momento della chiusura del conto. Infatti, tale saldo non solo non consente di conoscere quali addebiti, nell’ultimo periodo di contabilizzazione, siano dovuti ad operazioni passive per il cliente e quali alla capitalizzazione degli interessi, ma a sua volta discende da una base di computo che è il risultato di precedenti capitalizzazioni di interessi (Cass. 10692/07 Cass. 16679/09)”.

Il significato di tale stralcio della sentenza è informare il potenziale Cliente che, prima di procedere con qualsiasi azione giudiziaria, Egli DEVE ottenere, anche attraverso l’intervento della Erredi Consulting, tutti gli estratti conto e gli scalari trimestrali a partire dall’inizio del rapporto, per quanto datato possa essere. La banca ha l’OBBLIGO di consegnare la documentazione entro 90 giorni dalla ricezione della domanda, secondo quanto previsto dal Testo Unico Bancario.

Qualora la banca non producesse la documentazione richiesta e dichiarasse di non avere i documenti il Cliente, e per esso la Erredi Consulting, potrà procedere all’analisi partendo dal primo estratto conto utile, iniziando l’elaborazione con il saldo ivi indicato. 

Anatocismo – Capitalizzazione di interessi passivi: come difendersi

Capitalizzazione interessi passiviLa capitalizzazione degli interessi passivi, ormai nota alla cronaca come anatocismo, è una pratica bancaria che fino al 2000 era illegittima e che ha colpito per più di 50 anni i correntisti con il conto “in rosso” o con difficoltà nel rimborso alle scadenze programmate dei finanziamenti ottenuti. A partire dal 1952 tutti gli istituti di credito hanno fatto proprio un “uso negoziale” che prevedeva l’applicazione di nuovi interessi sugli interessi nominali. Da qui la capitalizzazione ogni trimestre degli interessi passivi.

I cittadini privati e le aziende che hanno dovuto sopportare l’anatocismo bancario, al pari dell’usura, sono finiti spesso in un tunnel che sembra senza via d’uscita. Il fatto è che gli effetti devastanti dell’anatocismo sono ancora attuali ed hanno un peso rilevante sui conti correnti, soprattutto in un rapporto “datato”.

Il Cliente bancario, attraverso la perizia elaborata da Erredi Consulting srl, può ottenere il rimborso integrale di quanto illegittimamente addebitato negli anni, fermo restando l’ulteriore vantaggio offerto dalla perizia che, seppur svolta per la ricerca dell’anatocismo, rettifica anche gli interessi passivi maturati. Quindi, non solo il rimborso della capitalizzazione ma anche il rimborso degli interessi passivi.   

QUANDO E’ APPLICATA LA CAPITALIZZAZIONE DEGLI INTERESSI PASSIVI

I correntisti che fruiscono del credito bancario in conto corrente hanno visto eroso il proprio capitale attivo a causa degli interessi sugli interessi maturati nei trimestri precedenti. Infatti gli interessi passivi diventano “capitale” nel trimestre successivo che sarà oggetto di un nuovo calcolo di interessi passivi, che a loro volta si sommeranno al debito. In questo modo, il correntista si trova nella situazione, a lungo andare, di incapacità di saldare il debito, debito che continua a crescere anziché diminuire: non a caso la Legge italiana equipara l’anatocismo all’usura.

 

SENTENZE IN FAVORE DEL CORRENTISTA

Dal 1999 la condizione debitoria di diversi correntisti è stata esaminata dalla Corte di Cassazione che ha dato il via ad una regolamentazione sempre più puntuale in materia di capitalizzazione degli interessi passivi. La vera vittoria conseguita a favore degli utenti bancari è sopraggiunta a seguito di una sentenza della Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite che, con Sentenza n° 21095, ha condannato ogni forma di anatocismo bancario ed ha ritenuto illegittima -in senso assoluto- la capitalizzazione, sottolineando l’illegittimità degli interessi passivi calcolati trimestralmente.

Di fondamentale importanza la sentenza che segue: “una volta esclusa la validità della clausola sulla cui base sono stati calcolati gli interessi, soltanto la produzione degli estratti a partire dall’apertura del conto corrente – considerato che, in virtù dell’unitarietà del rapporto, da tale momento decorre la prescrizione del credito di restituzione per somme indebitamente trattenute dalla banca a titolo di interessi (Cass. 9 aprile 1984, n. 2262) – consente, attraverso una integrale ricostruzione del dare e dell’avere con l’applicazione del tasso legale, di determinare il credito della banca, sempreché la stessa non risulti addirittura debitrice, una volta depurato il conto dalla capitalizzazione degli interessi non dovuti. Allo stesso risultato, evidentemente, non si può pervenire con la prova del saldo, comprensivo di capitali ed interessi, al momento della chiusura del conto. Infatti, tale saldo non solo non consente di conoscere quali addebiti, nell’ultimo periodo di contabilizzazione, siano dovuti ad operazioni passive per il cliente e quali alla capitalizzazione degli interessi, ma a sua volta discende da una base di computo che è il risultato di precedenti capitalizzazioni di interessi (Cass. 10692/07 Cass. 16679/09)”.

Per capire, quindi, se si è stati colpiti da anatocismo bancario la migliore soluzione è rivolgersi a periti di Erredi Consulting srl che sono in grado di valutare la presenza di irregolarità o anomalie sui movimenti del proprio conto corrente. La verifica darà la possibilità di chiedere il rimborso degli interessi prelevati illegittimamente dalla banca, ma anche il risarcimento degli interessi passivi che sono stati calcolati su un capitale fittizio, drogato da anatocismo.

DELIBERA COMITATO INTERMINISTERIALE PER IL CREDITO ED IL RISPARMIO – C.I.C.R. – NUOVO ANATOCISMO

Con delibera del 9 febbraio 2000 il CICR ha stabilito nuove regole sull’anatocismo che, in sostanza, ammette l’addebito degli interessi sugli interessi a patto che vi sia “reciprocità” tra quelli passivi (da riconoscere alla banca) e gli interessi attivi (da riconoscere al Cliente).

Dalle analisi svolte da Erredi Consulting si è verificato che la reciprocità non è correttamente stabilita nei contratti stipulati dopo la data della delibera, per cui l’anatocismo può -e deve- essere impugnato e chiesto il rimborso alla banca.

 

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